Suoni e silenzi per sax alto e quartetto d’archi (2001)
 

Suoni e silenzi, rappresenta, insieme alla nuova versione del Lamento di Maddalena, la produzione più matura di Cesare Valentini. Il brano è stato scritto nell’agosto 2001, appositamente per la produzione di questo disco, ed è dedicato al sassofonista David Muntoni. L’ispirazione è stata offerta dalla notte, i suoi silenzi e la solitudine. Il pezzo, in unico movimento, ma con diverse parti e tempi collegati fra loro, secondo l’autore deve essere ascoltato di notte, al buio, da soli. In effetti, al di là della stravaganza dell’affermazione, si tratta di un brano piuttosto intimo, dove il sassofono dialoga con gli archi come avviene con i pensieri e i dialoghi immaginari che abbiamo quando ci troviamo in solitudine. La prima parte è tutta fondata su questo dialogo, su momenti tristi, altri euforici, altri ancora vagamente lirici. Nella seconda parte, allegro, vi è un uso più tradizionale del sassofono, nel senso che il solista si comporta da tale ed è “accompagnato” semplicemente dagli archi. Il tocco che è stato alla parte solistica è vagamente jazz e in un certo senso anche classico, riferendosi al periodo d’oro dello strumento, il primo 900, perché il sassofono doveva suonare come più comunemente siamo abituati a sentirlo. E’ l’unico momento dove si può parlare di solismo vero e proprio. Segue una parte con soli archi pizzicati che rappresenta il mistero della notte, il piano crescendo delle ottave dei violini fa pensare a degli spiriti che affollano la nostra mente e l’ambiente circostante della nostra solitudine. L’ultima parte è quella che ha dato il nome all’intero brano, perché è veramente costruita con i suoni e i silenzi. E’ una parte scritta essenzialmente per quartetto, il sax appare solo due volte, nella parte centrale con una cadenza, e nel finale. Il tema del finale è quello sul quale è stata costruita tutta l’ultima parte e il primo accordo è anche l’accordo dell’inizio dell’intero brano. Gli archi dopo due battute suonano in sordina, l’atmosfera diventa intima, rimaniamo veramente da soli con i nostri pensieri e solo la musica ci avvolge e ci fa compagnia. Attraverso una serie di tecniche compositive l’autore ci fa assaggiare il tema o parti di esso non arrivando mai al dunque se non alla fine. Ciò avviene con dei frammenti dello stesso o con accordi che lo richiamano, con cambi di altezza o con altri mezzi che sono da riferirsi all’artigianalità di un compositore, come ad esempio tra gli altri, la tecnica multitimbrica, cioè distendere una melodia tra ottave e strumenti diversi, in questo caso molto omogenei poiché archi, ma comunque d’effetto. E’ un modo per esasperare e coinvolgere l’ascoltatore, creando l’atmosfera, facendo salire la tensione senza mai arrivare al dunque. Il sassofono nella sua prima entrata,appare quando forse l’ascoltatore se ne era già dimenticato, e compie una breve cadenza con frammenti del tema. Dopo l’uscita del sax gli archi cominciano a delineare il finale con il tema nella sua completezza. Ad ogni enunciazione del tema corrisponde una pausa senza sfumatura, cioè si passa alla musica-tema al silenzio. Dopo un crescendo degli archi, quando si ripete l’ultima volta il famoso tema, entra timidamente di soppiatto il sassofono che conduce ad un finale solenne come quelli della tradizione barocca, con tanto di cadenza armonica e arpeggio in diminuendo. Si può parlare di ipnotismo musicale? Forse per entrare dentro il mondo espresso nell’ultima parte di Suoni e Silenzi (ben sei minuti di musica) bisogna essere disposti a farsi trasportare e totalmente coinvolgere dalla musica. Forse per questo affermo che questo brano deve essere ascoltato di notte, al buio, da soli… E poi rimanere in silenzio, a riflettere….

 

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